Agenpress – “Non intendo giustificare quello che ho scritto. Basta leggere per capire che siamo dentro i confini del diritto, e per me è questo che conta. Del resto esistono strumenti precisi per esprimere contrarietà a una sentenza: se il pubblico ministero non è d’accordo può impugnarla”.

Lo dice Silvia Carpanini presidente aggiunto della sezione gip/gup del Tribunale di Genova ed serena dopo la sentenza con la quale ha concesso le attenuanti generiche e a un 52enne, dopo che il pm aveva chiesto 30 anni.

Nella motivazione della sentenza – riportata questa mattina da Il Secolo XIX – si legge che l’uomo ha colpito perché mosso “da un misto di rabbia e di disperazione, profonda delusione e risentimento”. Javier Napoleon Pareja Gamboa, ecuadoriano di 52 anni, colpì Jenny Angela Coello Reyes, 46 anni, dopo una lite nell’aprile del 2018 nel loro appartamento di via Fillak, a Rivarolo.

La concessione delle attenuanti equivalenti all’aggravante hanno permesso con il rito abbreviato, che prevede lo sconto di un terzo della pena, di condannare l’uomo a 16 anni. Un uomo disperato dopo un tradimento: “Questo signore se n’era andato volontariamente in Ecuador proprio per lasciare spazio alle scelte della moglie. Lei lo fa tornare promettendogli un futuro e lui scopre invece che praticamente c’era l’amante in casa. Tutto nel giro di poche ore. Era un caso in cui non erano mai state contestate né la premeditazione né i futili motivi. Niente può giustificare un omicidio, è chiaro. Ma c’è omicidio e omicidio, c’è dolo e dolo”.

Il giudice, sottolineando “il dolo… molto intenso se si considera lo strumento utilizzato e la localizzazione del colpo il cui esito era scontato, ha deciso di concedere le attenuanti generiche equivalenti all’aggravante anche perché l’imputato “non ha agito sotto la spinta di un moto di gelosia fine a se stesso, per l’incapacità di accettare che la moglie potesse preferirgli un altro uomo, ma come reazione al comportamento della donna, del tutto contraddittorio che lo ha illuso e disilluso allo stesso tempo”.

E in questo è dolo d’impeto. “Anche un killer può in qualche modo fare pena. E pure a mio marito, che a volte mi chiede come sono possibili certe sentenze, spiego che le regole del diritto sono una cosa, le emozioni dell’ opinione pubblica un’altra”. Alla domanda del cronista se l’assassino le aveva fatto pena il magistrato ha risposto: “Ha vagato per un paio di notti, si è lasciato catturare: per certi aspetti sì, faceva pena. Non ha premeditato per giorni il suo raid, non ha infierito con trenta coltellate come mi è capitato di vedere in altre occasioni molto più truculente”.

Nella motivazione da una parte ci sono i rimandi a “una pena severa perché nulla può giustificare l’uccisione di un essere umano” e che “non può trascurarsi la straordinaria efficacia lesiva dell’azione” e in altri passaggi si evidenzia che l’uomo ha colpito perché mosso “da un misto di rabbia e di disperazione, profonda delusione e risentimento, ha agito sotto la spinta di uno stato d’animo molto intenso, non pretestuoso, né umanamente del tutto incomprensibile“. L’imputato aveva spiegato agli inquirenti in un “accorato racconto” che quel giorno “Nena” – che aveva una relazione con un altro uomo – prima gli aveva detto che sarebbe cambiata poi – dopo che entrambi aveva bevuto – che “era vecchio, che le faceva schifo.. che non aveva i c….ni”.  Quindi l’uomo aveva preso il coltello, aveva colpito una sola volta e dopo l’omicidio l’aveva coperta con un giaccone. L’assassino, ubriaco, era quindi uscito e aveva vagato per strada.

 

L’articolo Uccise la moglie spinto da “misto di rabbia e di disperazione”. Il giudice si dice “serena” proviene da Agenpress.



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