Prof. Morrone (San Gallicano): “La tubercolosi? E’ la malattia degli impoveriti”

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Dalle colonne di InTerris.it il professore Aldo Morrone, direttore scientifico dell’Istituto San Gallicano di Roma, lancia un appello: “Investire di più nella ricerca di nuovi farmaci e in nuove forme di contrasto alla diffusione della tubercolosi, ‘la malattia delle persone impoverite’”


Agenpress. “Dovremmo investire di più nella ricerca scientifica di nuovi farmaci e in nuove forme di contrasto alla diffusione della tubercolosi, la ‘malattia delle persone impoverite‘. La povertà non è una maledizione di Dio, Dio è veramente buono. Se ci sono dei Paesi impoveriti, è perché altri si sono arricchiti“. E’ questo l’appello che dalle colonne di In Terris lancia il professore Aldo Morrone, direttore scientifico dell‘Istituto San Gallicano, fondato a Roma nel 1725 da Papa Bendetto XIII; l’Istituto nel 2025 compirà trecento anni di impegno scientifico e solidarietà nelle persone più povere. In Terris ha intervistato il professor Morrone in occasione della Giornata Mondiale per la lotta alla tubercolosi.

Professore, che malattia è la tubercolosi?
“La tubercolosi è stato uno dei principali killer, una delle malattie infettive al mondo. Noi la conosciamo da circa 9.000 anni, è la più antica malattia conosciuta dagli esseri umani e che ha mietuto più vittime nel mondo. Fino a pochissimi anni fa, fino alla scoperta del ‘bacillo di Koch’ e degli antibiotici era inguaribile. Ne hanno parlato poeti, scrittori, è stata celebrata in diverse opere proprio perché non c’era cura. A Roma abbiamo questo grande ospedale, il Forlanini, costruito negli anni ’30 per contrastare questa malattia, in cui l’unica terapia possibile era quella del pneumotorace che consisteva nel bloccare l’attività del polmone e si dava così tempo all’organismo di guarire. Soltanto negli anni ’50-’60 sono stati individuati i primi antibiotici e c’è stata una svolta nei confronti di questa malattia che ancora oggi colpisce – tenga presente che i dati ufficiali sono sempre di un anno, due anni indietro – secondo i dati del 2018, erano coinvolti oltre 10 milioni di nuovi casi. Vuol dire che è una malattia ancora estremamente diffusa, molto di più di alcune epidemie di cui si parla oggi”.

Lei ha definito la tubercolosi la ‘malattia degli impoveriti’, come mai?
“Rispetto al passato, la turbercolosi si localizza e colpisce soprattutto delle persone che hanno le difese immunitarie basse, quindi le popolazioni denutrite, che hanno una scarsa qualità igienica di vita, che hanno difficoltà ad alimentarsi, che vive in condizioni clinicamente scorrette. La stragrande parte dei casi si concentra in otto Paese: l’India, la Cina, l’Indonesia, il Pakistan, le Filippine, la Nigeria, il Bangladesh e il Sud Africa, che rappresentano il 66% dei casi. Sono Paesi in cui c’è maggiore povertà. Tenga presente che questa malattia, causò durante la prima e seconda guerra mondiale un numero elevatissimo di decessi proprio nei soldati”.

In questi ultimi anni, sono stati riscontrati dei casi di tubercolosi in Europa e anche in Italia. Alcuni affermano che questa malattia sarebbe ricomparsa in Occidente a causa dei flussi migratori. E’ così?

“Le posso assicurare che non solo in Italia, ma in tutta Europa, l’incidenza della tubercolosi è rimasta stabile. Nel nostro Paese, in particolare, l’incidenza è inferiore a quella degli altri Stati europei. C’è stato un incremento dovuto alla presenza di immigrati: in alcuni casi hanno sviluppato la tubercolosi dovuta alle cause di livello infimo dal punto di vista igienico e dalla difficoltà di alimentazione. I casi che in Europa si sono osservati, paradossalmente, sono ‘arrivati’ dai Paesi che appartenevano all’ex Unione Sovietica: Paesi in cui sono saltati i sistemi sanitari e la tubercolosi ha trovato una via di diffusione. La presenza di immigrati, sia in Italia come in Europa, non ha determinato nessun aumento di tubercolosi. Nel Belpaese la tubercolosi è sotto il livello medio internazionale. Siamo uno dei PAesi più sani da questo punto di vista”.

Come fare prevenzione?
“Nel nostro Paese i contagi da tubercolosi sono diventati talmente rari da finire sui giornali. Oggi noi abbiamo pochissime persone affette da questa malattia e che possono determinare un contagio. Tenga presente che in Italia, addirittura, negli anni ’70-’80, si credeva che la tubercolosi fosse scomparsa e quindi erano stati cancellati i centri antitubercolari. La maniera migliore per prevenire è quella di avere un’ottima alimentazione, un’ottima vita dal punto di vista igienico sanitario. Non c’è il rischio di una trasmissione nel nostro Paese, ma in quegli otto Stati c’è una grande diffusione. La trasmissione avviene verso la saliva, gli starnuti, ma il soggetto che starnutisce o tossisce deve avere una ‘caverna aperta’ piena di bacilli, e questa è una forma molto rara in Italia”.

In questi giorni l’Italia è alle prese con l’emergenza sanitaria per il propagare del virus Covid-19. Ci sono delle similitudini tra la tubercolosi e il coronavirus?
“No, solo il fatto che sono malattie infettive. La tubercolosi sta sostanzialmente scomparendo nel mondo economicamente più sviluppato; l’altra, ossia il coronavirus, paradossalmente sembra fare l’effetto opposto: si sta diffondendo di più in continenti come l’Europa, ma sembra molto meno presente in Africa. Per la tubercolosi, una volta trovati gli antibiotici, si è determinata la scomparsa della malattia. Per il coronavirus non abbiamo farmaci contro questo virus, abbiamo necessità di avere tempo per studiare meglio e trovare dei farmaci o dei vaccini efficaci”.

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