Lavoro. Cgil, con Coronavirus 8 milioni di italiani in smart working. Prima erano 500mila

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Agenpress – Prima dell’emergenza Covid, in Italia, lavoravano da remoto circa 500mila persone. In queste settimane di lockdown si stimano siano state più di 8 milioni.
Già dai primi giorni di smartworking molti lavoratori e soprattutto lavoratrici ci hanno consegnato osservazioni e commenti su questa forma impura di Lavoro Agile – che non è il Lavoro Agile/Smart working definito dalla legge n.81/2017–, con osservazioni in gran parte contrapposte.

Da un lato “Smart working tutta la vita”, dall’altro, per le donne in particolare, “Quando si rientra in ufficio?”.
Nasce così la 1° Indagine sullo Smart working promossa dall’area politiche di genere della Cgil nazionale realizzata insieme alla Fondazione Di Vittorio per comprendere le ragioni alla base di percezioni tanto diverse e, guardando in prospettiva, per individuare soluzioni e modalità per rendere davvero SMART il lavoro da casa.
L’indagine, che non ha carattere scientifico (ossia non è stata condotta estraendo con metodi probabilistici un campione rappresentativo di lavoratrici e lavoratori da elenchi prestabiliti di nominativi, secondo alcune variabili), è stata condotta attraverso un questionario online diffuso a partire dal 20 aprile e chiuso il 9 maggio , contenente 53 domande articolate in quattro aree di ricerca:
(1) socio-anagrafica (che rileva alcuni aspetti individuali e dell’abitare),

(2) smartworking (che rileva modalità di attivazione, aspetti organizzativi, informativi, condizioni e strumenti, competenze e aspetti individuali),

(3) cura (di sé, della casa, di altri),

(4) percezioni e atteggiamenti (paure, rischi, opportunità).
Il questionario è stato compilato da 6170 persone, un universo davvero robusto che dimostra l’elevato interesse di lavoratrici e lavoratori ad esprimersi su questo tema, e con una buona distribuzione per classi di età (considerando la popolazione in età lavorativa), per macroaree geografiche e anche rispetto al dove si vive ossia i rispondenti si distribuiscono in modo uniforme tra città capoluogo di provincia, piccoli e medi centri di provincia, centro e periferia. I titoli di studio sono medio-elevati e questo dato è associato alle tipologie di lavoro che possono essere svolte da casa, in fase di lockdown.
Nel 94% dei casi hanno risposto lavoratrici/lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, dei quali il 73% svolge un lavoro impiegatizio, 20% quadro o funzionario, 2% dirigente.
Il 66% di chi ha partecipato lavora nel settore privato, il 34% nel pubblico.

L’82% ha cominciato a lavorare da casa con l’emergenza, di questi il 31,5% avrebbe desiderato farlo anche prima. Si registra una prevalenza delle donne nell’aver cominciato con le disposizioni di contenimento (+10% rispetto agli uomini) e una prevalenza del settore pubblico (+15% rispetto al privato), senza averlo desiderato.
• Il 18% ha cominciato prima, 8% per scelta personale (soprattutto gli uomini +5% rispetto alle donne) e nel settore privato (+4% rispetto al pubblico); per scelta del datore 5%; per esigenze di conciliazione 5%. Una leggera prevalenza dell’inizio per scelta nei titoli di studio più alti (+3% rispetto a quelli più bassi).
• Nel 37% dei casi è stato attivato in modo concordato con il datore di lavoro
• Nel 36% dei casi in modo unilaterale dal datore di lavoro
• Nel 27% dei casi in modo negoziato attraverso intervento del sindacato

La stragrande maggioranza di chi ha risposto al questionario è “precipitato” nel lavoro SMART in corrispondenza dell’avvio delle misure di contenimento del virus. Non c’è stata, molto probabilmente per ragioni di gestione dei tempi, in emergenza, una riflessione sull’organizzazione del lavoro, sugli spazi, sul lavorare per obiettivi, in gruppo, né un’adeguata preparazione.
Un vuoto che ha condizionato la percezione complessiva del lavoro da casa.
Infatti:
• Competenze. La quasi totalità di chi ha partecipato al questionario ritiene che per lavorare da casa occorrano competenze specifiche. Nella maggior parte dei casi tali competenze erano già sviluppate, come ad esempio l’uso di strumenti e tecnologie informatiche: il 69% le aveva già ma il 31% non ne era in possesso. O per usare piattaforme/software per il lavoro a distanza, per organizzare il proprio lavoro, per relazionarsi con colleghi e responsabili. Per gestire lo stress.

Spazi. Nella maggior parte dei casi gli spazi per lavorare sono ricavati (50%) oppure si assiste a un nomadismo casalingo (19%). Il 31% ha una stanza per sé.
• Consapevolezze. Nel lavorare da casa si presta poca o nessuna attenzione al diritto alla
disconnessione (56%), al controllo a distanza (55% + le donne). Si presta invece abbastanza o molta attenzione al ricircolo d’aria (85%), alla tutela della privacy (73%, + le donne), alla correttezza della postazione di lavoro (66%, + gli uomini), alle pause di lavoro (54%, + gli uomini).
• Tecnologie. È diffuso il possesso del PC prevalentemente fornito dall’azienda per gli uomini e personale e/o in condivisione con altri in casa per le donne, dello smartphone e delle cuffie. Meno diffusi tablet, e stampanti (di più tra gli uomini che tra le donne).

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