Padre Baggio: “la pandemia non renda invisibili migranti e sfollati”

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A Interris.it il sottosegretario del dicastero vaticano per lo sviluppo umano integrale indica i tre effetti del Covid sulle altre emergenze


Agenpress. Gli strumenti di comunicazione sociale e conseguentemente l’opinione pubblica hanno la memoria corta. Una dinamica inesorabile e inconscia orienta sempre l’attenzione mediatica su un’emergenza a scapito delle altre. Infauste circostanze di terremoti, attacchi terroristici e catastrofi naturali finiscono regolarmente per confinare in un angolo le urgenze già presenti nella società, invariabilmente derubricate da giornali e tv a piaghe endemiche, a mali cronici del mondo globalizzato.

“In questi mesi di pandemia, il Papa ha più volte richiamato il rischio che concentrarsi su una tragedia porti a dimenticare le altre- spiega a Interris.it padre Fabio Baggio, missionario scalabriniano, sottosegretario della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale.

Quali emergenze dobbiamo evitare di trascurare?

“Quelle degli sfollati interni e dei rifugiati, ma anche quelle degli altri migranti più vulnerabili. E’ comprensibile che una crisi sanitaria mondiale, così grave e inattesa, abbia calamitato i diversi circuiti di aiuto internazionale e i sistemi di cooperazione. Ma in tempo di pandemia non sono certo svaniti gli sfollati interni, i campi profughi e i migranti vulnerabili. E invece accade che passino in secondo piano e questa mancanza di attenzione e quindi di risorse moltiplica la sofferenza. Ciò è profondamente ingiusto perché tutte le emergenze devono avere la stessa attenzione”.

Come si esprime in concreto questa disattenzione?
“Le risorse per sostenere i bisognosi sono limitate. La crisi pandemica porta a guardare all’interno, rende più territoriali anche nella distribuzione degli aiuti, penalizza la prospettiva globale. E così si privilegia il supporto a chi è vicino e si finisce per chiudersi nel proprio gruppo del quale migranti e rifugiati non fanno parte e dunque vengono esclusi dai servizi”.

Può farci un esempio?

“Diverse Chiese locali hanno segnalato la chiusura in pandemia di alcuni di canali caritatevoli. Anche le difficoltà nelle comunicazioni e nei trasporti hanno privato di aiuti molte realtà che vivono di solidarietà. Nell’emergenza Covid sono tre elementi che si uniscono: la minore attenzione mediatica per le atre emergenze, la tendenza a chiudersi in questioni territoriali preoccupandosi maggiormente per sé e la propria famiglia, le ripercussioni sugli aiuti internazionali e sulla cooperazione”.

Ci sono state polemiche anche sulle reali intenzioni di aiuti che provengono dall’estero

“A livello generale occorre sempre considerare che siamo nell’era della globalizzazione e spesso risulta complicato comprendere le intenzioni degli aiuti che vengono inviati. La Santa Sede e allo stesso modo gli altri Stati valutano gli elementi che aiutano a interpretare le finalità delle offerte. E’ giusto essere molto cauti nell’accettare donazioni. Il Papa e la Commissione Vaticana Covid 19 che lo affianca  adotta misure prudenziali per discernere sugli aiuti. C’è poi il problema  del concentrarsi del sostegno su alcuni settori dimenticando che i bisogni sono variegati e non solo legati alla sanità”.

A cosa si riferisce?
“Non servono solo respiratori e mascherine, la gente deve anche mangiare. Spesso le donazioni non sono in denaro, ma in strumenti e beni che non tengono conto che nelle regioni dove non il coronavirus non si è diffuso in maniera significativa servono non tanto strutture mediche contro la pandemia, ma piuttosto ospedali per ogni tipo di malattie. C’è il rischio di canalizzare gli aiuti in un’unica direzione. Dobbiamo gestire tutte le emergenze, le debolezze, le vulnerabilità le fragilità sono davvero fragilità. Altrimenti non ci accorgiamo di chi sta male e non viene generalmente incluso”.

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